Milano, 17 luglio 2008
Negli ultimi giorni nelle università italiane si registra un clima di profondo malcontento, quando non addirittura di aperta avversione nei confronti dei recenti provvedimenti legislativi che riguardano il mondo accademico. Già nella scorsa legislatura, con il Ministro Mussi, il sistema universitario aveva rasentato la bancarotta (ricordiamo i pesanti tagli imposti dal decreto Bersani prima e dalla Finanziaria poi). Anche per queste ragioni da parte del mondo universitario c’era grande attesa nei confronti del nuovo Governo, affinché finalmente l’università tornasse ad avere l’attenzione che merita nell’agenda politica. I problemi sul tavolo, com’è noto, sono molti: dall’autonomia universitaria al reclutamento dei docenti, dall’abolizione del valore legale del titolo di studio al sistema di finanziamento e di valutazione.
Dopo i primi segnali positivi (lo sblocco dei concorsi e l’aumento dell’importo delle borse di dottorato) il recente Decreto Legge n. 112/2008 desta, invece, più d’una preoccupazione riguardo all’atteggiamento dell’attuale Governo (ed in particolare del Ministro dell’economia) nei confronti dell’Università italiana. Accanto a misure che vanno nella direzione di una presunta liberalizzazione del sistema universitario (così la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni) ve ne sono altre che, ancora una volta senza distinzione tra atenei virtuosi e atenei spreconi, rischiano di mettere definitivamente in ginocchio il mondo accademico.
Il fondo di finanziamento ordinario delle università, è ridotto infatti di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013. Direttamente collegata a tale riduzione la limitazione dell’assunzione di personale a tempo indeterminato da parte delle Università (ancora una volta non fa differenza se si tratti di un ricercatore o di un fattorino, il turn over colpisce indistintamente tutti): fino al 2012 nuove assunzioni saranno possibili solo entro il limite del 20% delle cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato intervenute nell’anno precedente. Come dire (un po’ sbrigativamente) un nuovo assunto ogni 5 pensionati. Infine, a decorrere dal 1° gennaio 2009, la progressione economica degli stipendi di professori e ricercatori (che non sono aggiornati da anni e sono decisamente più bassi di quelli dei colleghi degli altri Paesi occidentali con i quali siamo soliti confrontarci) subisce, sostanzialmente, una decurtazione del 33%.
Ora, di principio, si può anche condividere la direzione intrapresa dal Governo nel senso di responsabilizzare maggiormente le università nella gestione delle risorse (in questo senso potrebbe intendersi la possibilità di trasformarsi in fondazioni). È noto, infatti, che molti Atenei vivono, per così dire, al di sopra delle loro possibilità, con grave spreco di denaro pubblico.
Ma perché intervenire indistintamente nei confronti di tutti gli atenei, con un taglio delle risorse a pioggia? In fin dei conti, così facendo, si commette lo stesso errore che (almeno secondo il programma di governo) si vorrebbe correggere, cioè l’assenza nell’attuale sistema, di meccanismi di differenziazione che premino la qualità e il merito. Nel decreto 112, invece, tutti gli atenei vengono trattati allo stesso modo con una misura genericamente punitiva.
Allo stesso modo perché si colpisce indistintamente la classe docente decurtando in sostanza stipendi già nient’affatto gratificanti? Non era questo il Governo che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani? Una misura del genere avrebbe potuto essere accettabile solo in un sistema di reale autonomia contrattuale in cui sia data agli atenei la possibilità di selezionare i docenti migliori e di stipulare contratti individuali o altre forme di incentivo o di premio per chi più si impegna in didattica e ricerca.
Se davvero si vuol mettere mano ai problemi dell’Università occorre rinunciare a porre misure estemporanee e occorre invece affrontare complessivamente i problemi in un quadro di riforma strategica dell’intero sistema. Se si vuole andare nella direzione della liberalizzazione del sistema universitario, ad esempio, accanto alla possibilità della trasformazione delle università in fondazioni occorre provvedere all’abolizione del valore legale del titolo di studio. Se si chiede ai docenti un sacrificio economico attraverso la decurtazione degli aumenti stipendiali occorre stabilire un meccanismo di contrattazione individuale che premi i più meritevoli.
Se si vuole diminuire il finanziamento statale alle università (con conseguente inevitabile aumento delle tasse universitarie a carico degli studenti e delle loro famiglie) occorre predisporre un serio sistema di diritto allo studio che garantisca ai capaci e meritevoli, ma privi di mezzi di accedere ai gradi più alti degli studi (il DPCM sul diritto allo studio è scaduto nel 2004 e risulta ormai obsoleto) ed occorre altresì predisporre un valido sistema di valutazione degli atenei.
In mancanza di un disegno complessivo di riforma, invece, è inevitabile considerare i provvedimenti del Ministero dell’economia come una tra le tante misure di taglio della spesa pubblica e, pertanto, come l’ennesima dimostrazione dell’ignoranza della classe politica circa il ruolo e il valore dell’Università nel nostro Paese.
Chi si assumerà la responsabilità politica di questo “gioco al massacro” e di tutto ciò che fatalmente seguirà in autunno?
P.S. … … Chi è più statalista tra l’ex ministro Padoa Schioppa e l’attuale ministro Tremonti?
Obiettivo Studenti
aderente al Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio (CLDS)
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Scarica questo volantino in formato PDF: Tremonti e l’Università: Prove Tecniche di Eutanasia



