La riflessione approfondita sul ddl portata avanti in questi mesi talvolta insieme alle altre componenti della comunità universitaria ci ha portato ad individuare alcune questioni che ci stanno particolarmente a cuore.
L’università italiana ha bisogno di una riforma e il ddl Gelmini rappresenta una strada verso questa, ovviamente una strada che ha bisogno di essere costruita e corretta lungo il percorso dagli attori principali cioè docenti, ricercatori e studenti interessati veramente al bene dell’università e intenzionati a migliorarla. Questo ddl presenta molte criticità come abbiamo potuto apprendere dalla relazione di questa mattina. La nota più evidente è che l’intento del Ministero è quello di una riforma “a costo zero”, non riconoscendo che solo un investimento reale può cambiare effettivamente le cose: senza soldi non si va avanti! Fatta questa premessa, che rappresenta un po’ tutta la linea guida del ddl, non possiamo non soffermarci su alcuni punti su cui invece è possibile costruire.
Per prima cosa condividiamo le linee ispiratrici della riforma, giudicando interessante ed adeguato per ricostruire l’università l’introduzione di criteri di valutazione e di merito. Riteniamo infatti che queste due cose possano sostenere e valorizzare quei luoghi dove la vita universitaria è di qualità e contemporaneamente possano evidenziare quei luoghi dove il sistema universitario evidentemente non funziona.
Riguardo alla valutazione dei docenti, specialmente per quanto riguarda la didattica, vorremmo che tra i parametri monitorati ci sia anche la valutazione fornita dagli studenti. Siamo infatti convinti che questo sia un modo di valutare alcuni aspetti quotidiani legati alla docenza, quali, ad esempio, la puntualità e la disponibilità ai ricevimenti.
Sul merito siamo particolarmente d’accordo perché è uno strumento con cui valorizzare l’impegno e la capacità di tanti studenti, in particolare quelli privi di mezzi, che oggi non sono sufficientemente aiutati.
Oltre a questo riconosciamo diversi punti problematici.
- GOVERNANCE: Innanzitutto riteniamo che alcuni punti del ddl impongano una grande rigidità alle università, in contrasto all’autonomia e a una logica di sussidiarietà. Ad esempio, obbligare tutte le università ad avere una presenza di esterni nel CdA non tiene conto delle differenti realtà locali in cui gli atenei sono inseriti. Il rischio è quello che in molti casi gli esterni siano politici inviati da enti pubblici come Regioni, Province e Comuni, non andando incontro a quell’apertura verso il mondo esterno di cui attualmente l’università italiana è poco capace, soprattutto riguardo ad alcuni settori scientifici.
Sarebbe invece più utile che il ddl desse la possibilità di far partecipare gli esterni, fissandone un tetto massimo anziché minimo e lasciando libere le università di decidere a riguardo. Inoltre, gli esterni non devono essere messi in condizione di dirigere le attività di ricerca e didattica dell’università poichè potrebbero dirottare gran parte delle attività universitarie secondo i loro interessi privati. Su questo, apprezziamo che il testo emendato restituisca alcuni poteri al Senato Accademico, rendendolo così capace di bilanciare le decisioni del CdA. Sempre in merito agli organi accademici constatiamo con piacere la decisione del Ministero di mantenere la rappresentanza studentesca, vero strumento per rendere gli studenti partecipi della vita universitaria e per evidenziare i problemi che affliggono le università; notiamo infatti l’introduzione della rappresentanza nel Nucleo di Valutazione di Ateneo. In un’ottica di razionalizzazione delle risorse in base al merito, è fondamentale il contributo degli studenti, magari potenziandone le possibilità di valutazione attuali attraverso questionari più incisivi. Tuttavia è necessario indicare i numeri dei rappresentanti negli organi. - DIRITTO ALLO STUDIO: Riguardo al diritto allo studio apprezziamo l’istituzione di un Fondo Speciale per il merito e le due forme di finanziamento a cui è destinato il Fondo, cioè premi di studio e buoni studio, ci sembrano interessanti. Chiediamo tuttavia che i parametri sui risultati accademici conseguiti siano adeguati alle specificità delle aree disciplinari e territoriali per garantire una maggiore uguaglianza degli studenti.
Vogliamo inoltre che anche i buoni studio siano finanziati direttamente dal Ministero e chiediamo chiarezza sulle modalità di restituzione dei soldi.
Vorremmo però capire meglio in che rapporto starà il Fondo nazionale con le strutture regionali già esistenti. Queste strutture vanno preservate e potenziate perché sono più vicine agli studenti e alle problematiche locali. In questo senso l’introduzione del costo standard unitario di formazione per studente aiuterebbe un finanziamento pertinente per ogni università, tuttavia il ddl parla di uno stanziamento di soli 11 milioni di euro in due anni: una cifra chiaramente irrisoria. Inoltre è necessario calcolare bene questo indice per evitare il collasso del diritto allo studio in alcune regioni. - RICERCATORI: Da ultimo ci interessa rilevare l’inadeguato trattamento dei ricercatori a tempo indeterminato che da anni lavorano all’interno dell’università e fanno didattica gratuitamente, dato che questi non rientrano nelle disposizioni del ddl circa il tetto massimo di ore di lezione cui sono chiamati i ricercatori (350 ore per quelli a tempo pieno e 250 ore per quelli a tempo definito).
Questa rappresenta una profonda ingiustizia dato che grazie a loro si regge una buona parte del sistema universitario e questo non è riconosciuto dal ddl. Infatti il ddl mira soltanto a costruire un sistema di reclutamento, magari anche efficiente, che però non tiene conto dei 26000 ricercatori a tempo indeterminato già presenti. Sosteniamo la loro proposta di farsi valutare rifiutando l’ope legis, e di introdurre un piano di transizione che porti a bandire in quattro anni 12000 posti di associato. Questo è il modo di riconoscere e valorizzare una realtà di maestri che già c’è.
Tuttavia esprimiamo viva preoccupazione riguardo la possibilità di ritiro dell’attività didattica in quanto il rischio di tale manovra è quello punire l’anello debole della catena cioè gli studenti che ancora una volta si ritrovano vittime senza colpa.
Il ritiro della disponibilità porterà sicuramente al collasso dell’università senza peraltro ottenere l’ascolto da parte dell’opinione pubblica che così non viene sensibilizzata al problema.
Chiediamo quindi al Parlamento e al Ministro Gelmini che consideri le richieste dei ricercatori cercando una via di comune accordo. Il testo licenziato dalla commissione cultura lascia sperare che l’emendabilità sia una strada davvero perseguibile.
In quest’ottica, molti ricercatori qui a Firenze e in tutta Italia sono diventati per noi la testimonianza di uomini che davanti a questa situazione si sono chieste: cosa posso fare io di fronte al ddl? Da questo si è generato un movimento di persone in tutto il Paese che ha portato alla luce i punti su cui il mondo accademico chiede una revisione. Anche noi ci siamo coinvolti con alcuni ricercatori del coordinamento e ci siamo accorti di quanto hanno a cuore l’università. Da questo è nata una sintonia in forza della quale desideriamo percorrere un pezzo di strada insieme nel tentativo di proseguire la strada dell’emendabilità diventando quindi compagni nel dialogo con le istituzioni.
Proprio in forza di questa sintonia ci sentiamo liberi di rilanciare a tutti i ricercatori una provocazione che non possiamo non considerare: se davvero ci fosse da parte vostra il ritiro della disponibilità alla didattica, non vi sembrerebbe di contribuire alla fine dell’università? E questo come lo giudicate?
Noi di fronte a questa forma di protesta siamo in disaccordo, sentiamo questo stridore e non saremmo leali a non esporlo. Noi non vogliamo cedere ad un sistema che sembra spingere le persone verso l’esasperazione e tentare l’indebolimento di quei luoghi dove è favorita la crescita di ogni persona. Ci sembra che l’astensione dalla didattica sia qualcosa in linea con un sistema di questo tipo. Infatti la mossa nobile che vi ha portato ad affrontare il problema viene combattuta con un’arma solamente distruttiva. I recenti emendamenti ci lasciano sperare che la vera arme di riforma sia un coinvolgimento serrato nel dialogo con le istituzioni e l’opinione pubblica.
Animati dal desiderio di ricostruire l’università, ed avendo trovato numerosi ricercatori che condividono questo desiderio, noi stiamo facendo tutto il possibile, anche attraverso i rappresentanti nazionali degli studenti, perché queste nostre proposte vengano recepite.
Noi desideriamo lavorare con tutti quelli che riconoscono questo momento come uno privilegiato per costruire e riformare l’università.



